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Servire il gioco e i bambini che giocano, non servirsi delle ambizioni dei genitori
Ci risiamo.
La stagione ufficiale non è ancora terminata. In molti casi ci sono ancora allenamenti, tornei, feste di fine anno, attività programmate dalle società. Eppure, come se qualcuno avesse premuto un interruttore, è già partita la grande macchina del reclutamento.
Open day. Stage. Provini. Academy. Campus. Allenamenti “esclusivi”. Esperienze “imperdibili”. Eventi di ogni tipo, spesso a pagamento, pubblicizzati con un’intensità che nulla ha da invidiare alle campagne commerciali.
Un fenomeno sempre più esteso. Sempre più aggressivo. Sempre più redditizio.
Per qualcuno.
Perché, diciamolo con chiarezza: dietro molte di queste iniziative il denominatore comune non è la crescita dei bambini. È il tentativo di intercettare le ambizioni dei genitori e trasformarle in un mercato.
Si vende un sogno.
Si alimenta l’idea che il figlio debba essere sempre visto, sempre osservato, sempre un passo avanti agli altri. Che ogni appuntamento sia decisivo. Che ogni assenza rappresenti un’occasione persa.
È una narrazione pericolosa.
Perché genera ansia nelle famiglie e toglie serenità ai bambini.
Il calcio giovanile, invece, dovrebbe insegnare esattamente il contrario: che si cresce con il tempo, con il lavoro quotidiano, con allenatori preparati, con società serie, con la pazienza. Non con una corsa continua da uno stage all’altro.
Soprattutto, dovrebbe rispettare i tempi.
Anche quelli della stagione sportiva.
È davvero così difficile attendere che le attività ufficiali si concludano? È davvero necessario invadere il calendario mentre i ragazzi stanno ancora giocando con le proprie squadre? È questo il messaggio educativo che vogliamo trasmettere?
La sensazione è che, ormai, qualcuno non riesca più a distinguere tra formazione e fatturato.
E quando il confine si assottiglia, il rischio è enorme.
Perché il bambino smette di essere il protagonista e diventa lo strumento attraverso cui alimentare un business.
È un modello che impoverisce tutti.
Impoverisce le società che lavorano seriamente durante l’anno.
Impoverisce gli allenatori che credono nella programmazione.
Impoverisce le famiglie, spesso spinte a spendere soldi nella paura che il proprio figlio resti indietro.
E, soprattutto, impoverisce i bambini, ai quali viene sottratta la cosa più preziosa: il diritto di vivere il calcio con leggerezza.
Sia chiaro: nessuno mette in discussione il valore di un campus ben organizzato o di un’attività estiva costruita con finalità educative. Esistono realtà serie che lavorano con competenza e passione.
Ma è impossibile ignorare una deriva che, anno dopo anno, assume proporzioni sempre più evidenti.
Perché quando il marketing prende il sopravvento sull’educazione, quando il calendario viene riempito senza tregua, quando ogni occasione diventa un prodotto da vendere, allora è doveroso fermarsi e porsi una domanda.
Chi stiamo davvero servendo?
Il gioco?
I bambini?
Oppure il mercato?
Il calcio giovanile ha bisogno di educatori, non di piazzisti.
Ha bisogno di persone che accompagnino la crescita dei ragazzi, non di professionisti del consenso pronti a promettere ciò che nessuno può garantire.
I bambini non hanno bisogno di vivere dodici mesi all’anno sotto esame.
Hanno bisogno di giocare.
Di divertirsi.
Di sbagliare.
Di riposarsi.
Di tornare in campo con entusiasmo, non con la sensazione di dover rincorrere qualcosa che gli adulti hanno trasformato in un’ossessione.
Servire il gioco significa proteggere tutto questo.
Servire i bambini significa avere il coraggio di mettere un limite anche ai propri interessi.
Perché il calcio giovanile non può diventare un supermercato delle illusioni.
E chi opera in questo mondo dovrebbe ricordarsi ogni giorno una verità tanto semplice quanto rivoluzionaria:
i bambini sono il fine del nostro lavoro, non il mezzo attraverso cui fare business.
A cura del Prof. Raffaele Di Pasquale
