Un poco di coerenza, Signori…Non si possono tenere due piedi in una scarpa, una nel Calcio e l’altro nella vita. La complessità non è un modulo di gioco.
Ho l’impressione che sia necessario fare un po’ di chiarezza.
Negli ultimi anni assisto con crescente frequenza a un fenomeno curioso: concetti come complessità, enazione, autopoiesi, maieutica, intelligenza distribuita, eterarchia, cooperazione, apprendimento situato e costruzione collettiva della conoscenza vengono utilizzati con grande disinvoltura per descrivere il calcio e, in particolare, l’organizzazione della squadra.
Il problema
Il problema nasce quando gli stessi concetti vengono completamente abbandonati appena il discorso si sposta dal campo di calcio alla società. Allora la complessità scompare, le relazioni diventano gerarchie, il dialogo lascia il posto all’obbedienza, l’interdipendenza viene sostituita dall’identità esclusiva e la ricchezza delle differenze diventa un problema da eliminare.
È qui che emerge una contraddizione che non può essere ignorata.
Fin qui nulla di male. Anzi. La complessità non è un insieme di tecniche calcistiche. Non è un lessico alla moda da utilizzare per rendere più sofisticata un’analisi tattica. È una precisa visione epistemologica ed etica della realtà. Parlare di complessità significa riconoscere che nessun individuo esiste isolatamente, che l’intelligenza emerge dalle relazioni, che la conoscenza è sempre il risultato di processi condivisi, che la cooperazione produce proprietà emergenti impossibili da spiegare riducendo il tutto alla somma delle parti.
Idee
Sono le idee sviluppate, con linguaggi diversi, da Edgar Morin, Humberto Maturana, Francisco Varela, Lev Vygotskij, Maria Montessori, Danilo Dolci, Aldo Masullo e molti altri. Pensatori differenti, ma accomunati dalla convinzione che la realtà non possa essere ridotta a schemi lineari, gerarchie assolute o identità impermeabili. Se davvero crediamo che una squadra funzioni perché nessun giocatore basta a sé stesso, perché il talento nasce dalla relazione, perché il collettivo è più intelligente del singolo, allora dovremmo riconoscere che gli stessi principi possiedono un valore ben più ampio.
La Complessità
Non si può invocare la complessità nel calcio e poi sostenere, nella società, visioni fondate sulla chiusura identitaria, sul nazionalismo e sull’autoritarismo. Per questo motivo trovo profondamente contraddittorio assistere a chi, quando parla di calcio, esalta la squadra come sistema complesso, l’intelligenza distribuita, la cooperazione, l’emergere delle relazioni, il valore dell’altro, e poi, quando parla di società e di politica, sostiene idee fondate sulla chiusura identitaria, sul nazionalismo e sull’autoritarismo. La squadra è un laboratorio di convivenza.
Passaggio
Ogni passaggio è un atto di fiducia. Ogni smarcamento è il riconoscimento dell’altro. Ogni rete è il risultato di una costruzione collettiva. Nessun gol nasce davvero da un solo giocatore. Chi comprende questo nel calcio dovrebbe comprenderlo anche nella società. Perché non è possibile celebrare l’inclusione quando undici giocatori inseguono un pallone e rifiutarla quando si parla di esseri umani. Non è possibile esaltare l’intelligenza distribuita sul campo e immaginare la politica come semplice obbedienza a un capo. Non è possibile parlare di sistemi aperti in tattica e poi difendere società chiuse nella cultura. Non è possibile sostenere che il valore emerga dalla cooperazione nel gioco e, contemporaneamente, alimentare narrazioni fondate sull’esclusione, sul nemico permanente e sulla paura della differenza.
Il Calcio
Il Calcio, forse più di ogni altro fenomeno sociale, dimostra che la forza nasce dalla relazione e non dall’isolamento. Che l’identità non si costruisce contro qualcuno, ma insieme a qualcuno. Che la cooperazione non limita il talento individuale: lo rende possibile. Per questo la complessità non può essere separata dalla sua dimensione etica. Non è un vocabolario da utilizzare la domenica allo stadio e dimenticare il lunedì nella vita civile. È una concezione del mondo. Chi la riduce a un linguaggio tattico senza accettarne le conseguenze culturali e politiche finisce per svuotarla del suo significato più profondo.
Non è una moda
La complessità non è una moda. È una responsabilità intellettuale. E proprio per questo non può essere indossata come una maglia durante una partita e poi riposta negli spogliatoi quando si torna a parlare della società in cui viviamo. Guardiola e Klopp: quando la complessità diventa impegno civile Non è un caso che due degli allenatori che più hanno contribuito a diffondere una concezione complessa del calcio, Pep Guardiola e Jürgen Klopp, abbiano sempre mostrato una forte sensibilità anche sul piano civile. Guardiola non ha mai nascosto le proprie posizioni a favore dei diritti civili, della democrazia, dell’accoglienza e contro ogni forma di razzismo e discriminazione.
Linguaggio
Per lui il calcio è un linguaggio universale, capace di mettere in relazione persone provenienti da culture, religioni e storie differenti, e la sua idea di squadra non è soltanto un modello tattico: è una comunità nella quale ogni individuo cresce grazie agli altri. Klopp, con uno stile diverso ma con analoga coerenza, ha più volte preso posizione contro il razzismo, l’omofobia, la xenofobia e ogni forma di esclusione sociale, difendendo il valore della solidarietà, del rispetto e della dignità delle persone e ricordando che il calcio appartiene alle comunità e non può essere separato dalle responsabilità etiche di chi lo vive.
Dettaglio
Non si tratta di un dettaglio biografico, ma della dimostrazione che una certa idea di calcio nasce da una certa idea dell’essere umano. Quando il gioco viene interpretato come un sistema complesso, fondato sulla cooperazione, sull’intelligenza distribuita, sulla fiducia reciproca e sull’emergere delle relazioni, diventa difficile sostenere, fuori dal campo, una concezione della società fondata sulla chiusura identitaria, sul nazionalismo esasperato, sull’autoritarismo o sull’esclusione dell’altro. Naturalmente non esiste un rapporto meccanico tra una teoria del calcio e un orientamento politico: sarebbe una semplificazione che tradirebbe proprio il principio di complessità.
Guardiola e Klopp
Tuttavia è difficile ignorare una significativa convergenza, perché chi assume fino in fondo il paradigma della complessità tende a riconoscere anche il valore del pluralismo, del dialogo, dell’interdipendenza e della responsabilità reciproca. Per questo Guardiola e Klopp rappresentano qualcosa di più di due grandi allenatori: sono esempi di una coerenza rara tra il modo di concepire il gioco e il modo di concepire la società. È questa coerenza che oggi dovrebbe interrogarci, perché la complessità non è soltanto un modo di giocare meglio, ma un modo di abitare il mondo.
A cura di Raffaele Di Pasquale
