Libertà viene dopo merito, competenza, esperienza, intelligenza, talento, intuito, creatività, estro e responsabilità. Essa é una parola che in qualche modo le contiene tutte. Perché puoi avere talento, ma non essere libero di esprimerlo. Puoi avere competenza, ma non essere libero di usarla. Avere creatività, ma non essere libero di inventare. Puoi essere responsabile, ma la domanda fondamentale rimane: quanto sei realmente libero di scegliere ciò di cui sei chiamato a rispondere?
LIBERTA’ ETIMOLOGIA
Deriva dal latino libertas, -atis, a sua volta collegato a liber, «libero». In latino liber indicava colui che non era sottoposto alla condizione dello schiavo e, quindi, possedeva una propria condizione giuridica e una propria autonomia. È interessante perché l’etimologia ci porta immediatamente dentro il problema. Essere liberi, all’origine, significa innanzitutto non appartenere a qualcun altro. Lo schiavo è colui sulla cui azione decide un altro. L’uomo libero è colui che può disporre di sé.
E qui compare una distinzione fondamentale.
La libertà non è soltanto: «Nessuno mi impedisce di fare qualcosa». È anche: «Sono io a decidere che cosa fare». Questa differenza diventerà uno dei grandi problemi della filosofia moderna. Perché posso essere libero da qualcosa libero dalla costrizione, libero dalla prigionia, dalla censura, libero dalla violenza, dall’imposizione di un altro. Ma posso anche essere libero per qualcosa: libero di scegliere, di agire, libero di creare, di diventare ciò che posso diventare. Ed è proprio questa distinzione che, molti secoli dopo, Isaiah Berlin renderà celebre attraverso la differenza tra libertà negativa e positiva. La prima riguarda soprattutto l’assenza di ostacoli. La seconda riguarda invece la capacità di autodeterminarsi. E quindi possiamo già formulare una prima sequenza: liberazione → possibilità → scelta → azione → trasformazione. La libertà comincia quando smetto di essere semplicemente oggetto dell’azione altrui e divento soggetto della mia azione.
FILOSOFIA
Qui arriviamo al cuore della questione. La domanda filosofica fondamentale è apparentemente semplicissima: Sono veramente libero? Oppure ciò che chiamo «scelta» è il risultato di qualcosa che mi precede? La mia educazione? La mia biologia? La mia storia? Il mio ambiente? Le mie emozioni? I miei desideri? Le pressioni sociali? Le condizioni economiche? Le relazioni? La cultura? Se tutto ciò che faccio è determinato da cause precedenti, in che senso posso dire: «Sono stato io a scegliere»?
Ed ecco che la nostra parola entra direttamente nel problema del libero arbitrio. Ma la filosofia ci obbliga anche a distinguere due domande diverse: Sono libero di fare ciò che voglio? E: Sono libero di volere ciò che voglio? Sono due cose completamente diverse. Posso essere libero di scegliere tra A e B. Ma se i miei desideri sono completamente determinati da qualcosa che non controllo, quanto è veramente mia quella scelta? Quindi, non è semplicemente una questione di possibilità esterne. È anche una questione di autorialità.
Kant: essere liberi significa essere autonomi
Con Kant la questione diventa straordinariamente interessante. La libertà non coincide con l’assenza assoluta di regole. Al contrario. Per Kant, essere liberi significa essere autonomi: essere capaci di agire secondo una legge che la ragione riconosce come propria, invece di essere semplicemente trascinati da impulsi o da volontà esterne. Ed è una trasformazione enorme. Perché cambia completamente il significato della frase: «Faccio quello che voglio». Non necessariamente sei libero perché fai ciò che desideri. Potresti essere schiavo dei tuoi desideri. La condizione più profonda potrebbe essere invece: «essere capace di scegliere quale desiderio seguire.» Quindi: impulso ≠ libertà. Possibilità di scegliere ≠ libertà pienamente realizzata.
La libertà implica una forma di padronanza di sé.
Ed è qui che la parola di oggi e responsabilità si incontrano. Se la libertà è capacità di autodeterminazione, allora ciò che faccio può essere veramente mio. E se è mio, posso esserne responsabile. Sartre: siamo condannati a essere liberi. Con l’esistenzialismo il problema diventa ancora più radicale. Per Sartre l’uomo non può semplicemente sottrarsi alla scelta. Anche non scegliere è, in qualche modo, una scelta. E questo produce un paradosso straordinario: la condizione dell’essere libero può essere una condanna. Perché essere liberi significa non poter delegare completamente ad altri ciò che facciamo di noi stessi. Posso dire: «Sono fatto così». «Me l’hanno imposto». «Non avevo scelta». «Sono le circostanze». Ma la filosofia della libertà continua a chiedere: e tu, dentro quelle circostanze, che cosa ne fai?
Naturalmente questo non significa negare i condizionamenti reali.
Esistono condizioni sociali, economiche, biologiche e psicologiche che restringono concretamente le possibilità di azione. Significa però riconoscere che tra ciò che accade e ciò che faccio esiste uno spazio nel quale posso assumere una posizione. Ed è precisamente quello spazio che chiamiamo libertà. Isaiah Berlin: libertà da e libertà di. Nel Novecento Isaiah Berlin rende esplicita una distinzione destinata a diventare fondamentale. Da una parte c’è la libertà negativa: da interferenze, ostacoli e costrizioni. Dall’altra c’è la libertà positiva: di autodeterminarsi, di governare la propria vita, di diventare autore delle proprie azioni.
La differenza è enorme.
Posso essere libero dalla prigione e tuttavia non sapere che cosa fare della mia libertà. Avere formalmente molte possibilità e non possedere gli strumenti per trasformarle in possibilità reali. Posso non essere costretto da nessuno e tuttavia essere schiavo delle mie paure, delle mie dipendenze, delle mie abitudini o dei miei automatismi. Quindi la parola di oggi ha almeno due dimensioni: spazio di possibilità + capacità di abitare quello spazio. Ed è proprio questa seconda dimensione che interessa enormemente la Giocologia.
STORIA
La storia della parola di oggi può essere letta come una lunga trasformazione: libertà dal dominio → davanti alla legge → politica → come diritto universale → come autodeterminazione. Per molto tempo la libertà non è stata un diritto universale. Era una condizione riservata a determinati individui. Nella società antica poteva significare soprattutto non essere schiavo. Nel Medioevo emerge progressivamente anche l’idea che persino il potere sovrano possa essere sottoposto a limiti. La Magna Carta del 1215, pur essendo lontanissima dall’idea moderna di libertà universale, rappresenta un passaggio fondamentale nella limitazione del potere arbitrario del re e nella tutela di alcune libertà e garanzie giuridiche. Poi arriva la grande trasformazione della modernità politica.
La libertà entra al centro delle rivoluzioni americana e francese.
La Dichiarazione d’Indipendenza americana del 1776 inserisce la libertà tra i diritti considerati inalienabili. La Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 afferma che gli uomini nascono e rimangono liberi e che la libertà consiste nel poter fare ciò che non danneggia gli altri. E qui avviene una trasformazione decisiva. La libertà smette progressivamente di essere soltanto una condizione personale. Diventa un diritto politico. Non sei libero perché il sovrano ti concede di esserlo. Sei libero perché la tua libertà appartiene alla tua dignità di persona. Nel Novecento questa idea raggiunge una dimensione universale. La Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 apre affermando che tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti e riconosce esplicitamente il diritto alla libertà e alla sicurezza della persona.
E allora la storia della libertà diventa anche la storia di una domanda:
Chi ha diritto a essere libero? Prima: alcuni. Poi: i cittadini. Poi: gli individui. Infine: ogni essere umano. Ma la storia ci insegna anche una cosa inquietante. Ogni volta che una società proclama la libertà, bisogna chiedersi: libertà per chi? Perché una libertà formalmente riconosciuta può essere concretamente irraggiungibile. Ed è qui che la libertà incontra l’uguaglianza. Non basta dire: «Sei libero». Bisogna anche chiedersi: hai realmente le possibilità per esercitare quella libertà?
SCIENZE
Anche nella scienza la libertà assume un significato straordinario. Perché la scienza ha bisogno di una condizione fondamentale: libertà di interrogare la realtà. Se non posso fare domande, fare ricerca. Se non posso mettere in discussione una teoria, fare scienza. Qualora io non possa pubblicare un risultato scomodo, la conoscenza diventa dipendente dal potere. Se non posso sbagliare, correggermi e ricominciare, la ricerca si blocca. Per questo UNESCO considera la libertà scientifica una componente essenziale di un ecosistema nel quale la ricerca possa svilupparsi: la scienza prospera quando i ricercatori possono lavorare, collaborare e condividere idee in condizioni di libertà e sicurezza. Ma anche qui compare immediatamente il problema della responsabilità.
La libertà dello scienziato non significa:
«Posso fare qualunque cosa». Significa: «Posso interrogare, esplorare, sperimentare e produrre conoscenza, assumendomi anche la responsabilità del modo in cui quella conoscenza viene prodotta e utilizzata». La libertà scientifica richiede quindi: libertà di pensiero; libertà di ricerca; libertà di critica; libertà di confronto; libertà di comunicazione. Ma anche: integrità; metodo; responsabilità; trasparenza. È un altro paradosso bellissimo: la libertà della scienza nasce dentro regole molto rigorose. La libertà non è assenza di vincoli. È la possibilità di agire creativamente dentro una struttura che rende possibile quell’azione. E questa osservazione sarà fondamentale quando arriveremo al gioco.
POLITICA
Qui la libertà diventa uno dei fondamenti della democrazia. Perché una democrazia senza libertà non è realmente una democrazia. Libertà di parola, di associazione. Libertà di coscienza, religiosa, di stampa, politica. Di partecipare. Libertà di dissentire. Libertà di votare. Ma qui emerge una delle questioni più difficili della politica: la mia libertà finisce dove comincia quella dell’altro? La formula è suggestiva, ma il problema è molto più complesso.
Perché le libertà entrano continuamente in relazione. La mia libertà di parlare può entrare in conflitto con la dignità dell’altro. La libertà economica può entrare in conflitto con l’uguaglianza. La mia libertà di agire può entrare in conflitto con la sicurezza altrui. La libertà non è quindi semplicemente: io posso fare ciò che voglio. È: come posso essere libero insieme agli altri? La democrazia nasce proprio da questo problema. Non cerca semplicemente di massimizzare la libertà di ciascuno. Cerca di costruire un sistema nel quale libertà diverse possano coesistere. Ed è qui che la libertà diventa inevitabilmente relazione. Non esiste una libertà completamente isolata. Ogni libertà vive dentro un mondo abitato anche da altre libertà. E quindi possiamo aggiungere un passaggio fondamentale: libertà → relazione → limite → convivenza. Il limite, allora, non è necessariamente il nemico della libertà. A volte è ciò che permette alla libertà di esistere.
RELIGIONE
Nella religione la libertà assume una dimensione ancora più profonda. Perché se l’essere umano è libero, allora la sua relazione con Dio non può essere semplicemente una relazione di costrizione. Nel cristianesimo, la libertà è strettamente legata alla dignità della persona. Il Catechismo cattolico definisce la libertà come la capacità, radicata nella ragione e nella volontà, di agire o non agire, di scegliere questo o quello e di compiere deliberatamente le proprie azioni. La libertà è inoltre ciò che rende l’essere umano responsabile dei propri atti nella misura in cui sono volontari.
Quindi ritorna il nostro grande circuito:
libertà → scelta → responsabilità. Ma il cristianesimo introduce anche un’idea ancora più radicale: la libertà non consiste semplicemente nella possibilità di scegliere il bene o il male. La libertà può essere anche un cammino verso il bene. Nel Catechismo troviamo infatti l’idea che quanto più l’uomo compie il bene, tanto più diventa libero. È un paradosso straordinario. Normalmente pensiamo: più vincoli = meno libertà. La tradizione cristiana propone invece: alcune scelte possono liberarmi proprio perché mi sottraggono alla schiavitù di ciò che mi domina.
Una persona dominata dalla dipendenza non è necessariamente libera perché «può scegliere». Se é incapace di controllare la propria violenza non è necessariamente libera. Una persona completamente dominata dalla paura non è pienamente libera. La libertà diventa quindi anche: padronanza di sé. E questo ci riporta direttamente a Kant. La libertà non è soltanto: «nessuno mi comanda». Può essere: «non sono completamente comandato nemmeno dalle mie pulsioni». E quindi la religione aggiunge alla libertà una dimensione spirituale: non soltanto essere liberi da qualcuno, ma essere liberi per qualcosa. Liberi per amare, per scegliere, per assumersi una responsabilità. Liberi per diventare.
CALCIO
E qui, secondo me, la parola diventa meravigliosamente concreta. Perché il calcio è uno dei luoghi nei quali la libertà appare continuamente dentro un sistema di vincoli. Il campo ha dimensioni precise. Le regole sono definite. Il numero dei giocatori è stabilito. Ci sono linee. Tempi. Ruoli. Falli. Fuorigioco. Regole. Eppure dentro tutto questo nasce una quantità incredibile di libertà. Il giocatore è libero di scegliere. Passare. Tirare. Dribblare. Correre. Fermarsi. Cambiare direzione. Anticipare. Aspettare. Inventare. E la cosa più interessante è questa: più il giocatore conosce il gioco, più possibilità riesce a vedere.
Il giocatore
Un principiante vede: «posso passare a destra o a sinistra». Un giocatore esperto può vedere: il terzo uomo, la profondità, il cambio di ritmo, il movimento senza palla, la superiorità numerica, lo spazio alle spalle del difensore, la possibilità di attirare un avversario per liberare un compagno. La libertà del giocatore, quindi, non consiste nell’avere infinite possibilità. Consiste nel riconoscere e utilizzare le possibilità che la situazione gli offre. Ed è qui che il calcio diventa profondamente giocologico. Il campo non dice: «Fai quello che vuoi». Il campo dice: «Ecco una situazione. Che cosa puoi farne?» La regola non distrugge la libertà. La rende possibile. Senza regole non avremmo un gioco più libero. Avremmo semplicemente un’altra situazione. Il fuorigioco limita. Il fallo limita. Le linee limitano. Il tempo limita. Gli avversari limitano. I compagni limitano.
Ma proprio questi limiti generano possibilità. Il difensore che chiude una linea di passaggio elimina una possibilità e ne apre magari un’altra. L’avversario che viene incontro crea uno spazio alle sue spalle. La pressione restringe il campo ma può creare profondità. Il limite produce possibilità. E questa è una delle intuizioni più importanti della libertà: la libertà non esiste necessariamente nonostante i vincoli. Molto spesso esiste attraverso i vincoli. Un grande giocatore non è quello che gioca senza regole. È quello che, conoscendo profondamente le regole, riesce a trovare possibilità che gli altri non vedono. È qui che il talento diventa libertà. Il talento offre possibilità. La competenza permette di riconoscerle. L’intelligenza permette di comprenderle. L’intuito permette di anticiparle. La creatività permette di inventarne di nuove. L’estro permette di trasformarle in qualcosa di personale. E la libertà? Permette di scegliere quale possibilità incarnare.
LA FRASE DELLA SETTIMANA
Se dovessi condensare tutto il lavoro in una sola frase, sceglierei questa: La libertà non è poter fare tutto ciò che vuoi; è poter diventare autore di ciò che scegli di fare. Ma possiamo fare un passo ulteriore. La libertà è ciò che trasforma una possibilità in una scelta. Perché possibilità e libertà non sono la stessa cosa. Posso avere cento possibilità e non riuscire a sceglierne nessuna. Posso avere pochissime possibilità e tuttavia esercitare una libertà profondissima nel modo in cui le abito. E allora: possibilità → scelta → azione → responsabilità. La libertà è il punto nel quale la possibilità diventa mia.
E QUI LE PAROLE DELLE ULTIME SETTIMANE COMINCIANO A COSTRUIRE QUALCOSA
Le parole precedenti sembrano ora disporsi quasi come una piccola antropologia dell’agire:
MERITO → ciò che hai conquistato.
COMPETENZA → ciò che sai fare.
ESPERIENZA → ciò che hai imparato vivendo.
INTELLIGENZA → ciò che sai comprendere.
TALENTO → ciò che possiedi naturalmente.
INTUITO → ciò che sai percepire prima degli altri.
CREATIVITÀ → ciò che sai far emergere di nuovo.
ESTRO → il modo personale in cui trasformi una capacità in qualcosa di tuo.
RESPONSABILITÀ → ciò di cui accetti di rispondere.
LIBERTÀ → la possibilità di scegliere come usare ciò che sei.
E forse possiamo costruire una sequenza ancora più profonda: il talento mi dà una possibilità. La competenza mi permette di utilizzarla. L’intelligenza mi permette di comprenderla. L’intuito mi permette di anticiparla. La creatività mi permette di trasformarla. L’estro mi permette di renderla mia. La libertà mi permette di scegliere cosa farne. La responsabilità mi chiede di risponderne. Ed ecco che libertà e responsabilità diventano quasi inseparabili. La libertà apre la possibilità. La responsabilità chiude il circuito.
GIOCOLOGIA
Ed è qui che, secondo me, la parola libertà diventa pienamente giocologica. Nel paradigma fenomenologico-enattivo della Giocologia, la libertà non può essere concepita semplicemente come assenza di vincoli. Perché il soggetto non esiste prima della situazione come individuo completamente formato che poi entra nel mondo e sceglie. È un organismo incarnato, situato e relazionale. Percepisce. Agisce. Viene modificato da ciò che accade. Modifica ciò che accade. E, modificando la situazione, modifica anche le proprie possibilità successive. La libertà emerge quindi nel rapporto dinamico tra organismo e ambiente. Non sono libero perché il mondo non mi pone limiti. Sono libero perché, dentro una situazione concreta, posso partecipare alla sua trasformazione.
FENOMENOLOGIA: LIBERTÀ COME ESPERIENZA VISSUTA
La libertà, prima ancora di essere un concetto filosofico, è un’esperienza. È quel particolare vissuto nel quale percepisco: «Posso fare qualcosa». Ma anche: «Posso fare altrimenti». E ancora: «Questa scelta dipende, almeno in parte, da me».
TRE LIBRI
Lo straniero — Albert Camus.
Il concetto dell’angoscia — Søren Kierkegaard
1984 — George Orwell.
UN’OPERA PITTORICA
La Libertà che guida il popolo — Eugène Delacroix
UN FILM
Le ali della libertà
UNA CANZONE
Vai con una bella immagine con colori vivi. Sotto scrivi prof Raffaele Di Pasquale allenatore UEFA PRO
Redemption Song — Bob Marley
A cura di Raffaele Di Pasquale

1 thought on “ETIMO SETTIMANALE — LIBERTÀ”